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[ Conversare di politica con Enzo e Manuela: con il cuore è bene, con la ragione è meglio. ]
         



NOI ADERIAMO ALLA CAMPAGNA "PRIMARIE VERE PRIMARIE SEMPRE"

ADERISCI ANCHE TU!


2 giugno 2008

Arrivederci


 
Mercoledì partiamo. Staremo via per un po'. Per quanto tempo dipenderà da molte cose: dal clima, dalle opportunità, dalla voglia di tornare.
Quindi questo blog resterà fermo per un periodo indefinito. Se proprio non potete fare a meno di leggerci, magari potete provare qui: il nostro scarso tempo lo centellineremo dosando i nostri interventi sul forum del circolo online del PD (dal nome improbabile di "Obama").
Ma ormai, le cose da dire non sono poi molte; sarà forse perché ci sembra di averle dette tutte, e da molto tempo, così che continuare a ripeterle ci pare un esercizio retorico ed inutile. 
Magari poi qualcosa da scrivere lo troveremo ancora: sulle nostre esperienze di viaggio, per esempio. Intanto noi partiamo, poi si vedrà.
Saluti dall'Europa


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permalink | inviato da Rowena il 2/6/2008 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



22 maggio 2008

Riunione di famiglia

La famiglia si riunisce a festeggiare il compleanno della zia novantenne. Attorno al tavolo si sgranano le generazioni, disegnando inconsapevoli un ritratto dell’Italia del primo decennio di questo secolo. Una manciata di vecchi, vecchi in modo imbarazzante, sono accuditi da una generazione di figli ormai anziana anch’essa. In fondo al tavolo si aggruma la terza generazione, fra i 30 e i 40: uomini e donne definiti “ragazzi”, perfettamente incistati nel nido che la generazione di mezzo ha amorevolmente imbottito per loro, così da impedirgli di volar via. Non sono sposati, non hanno figli, abitano in casa con i genitori, o nell’appartamento a fianco. Per pigra scelta, o per assenza di ali, poiché non possono nemmeno attribuire la loro condizione ad un precariato che qui - fra la Via Emilia e il West - li ha solo sfiorati, per piombare aggressivo piuttosto sulle generazioni successive, quella delle mie figlie, per intenderci.

Subito la conversazione attacca il tema del giorno, la sicurezza, i clandestini, gli stranieri, gli zingari. Si agita, la famiglia, contro lo straniero, in un coro unanime di riprovazione e paure, senza dissonanze e nemmeno toni diversi fra vecchi e giovani, laureati e semianalfabeti, donne e uomini; tutti certissimamente convinti che degli stranieri ci si deve liberare, per difendere la nostra vita, i nostri figli, il nostro benessere. La categoria degli stranieri è naturalmente una semplificazione, poiché nessuno pensa al pittore americano che abita tre portoni più in là, o alla moglie belga del direttore di banca, una donna tanto fine… Gli stranieri hanno un colore, o forse un odore, o anche un ghigno che li fa subito riconoscere, assiomaticamente delinquenti.

Timidamente chiedo se qualcuno di loro ha subito qualche torto, che so, un’aggressione, o uno scippo, o anche solo uno spintone, da parte di qualche straniero: un’esitazione, l’ombra di un pensiero che sfugge subito, poi… beh, non proprio io, ma la cognata della mia vicina ha detto che… e il figlio del vicino di casa racconta che a New York… e la nonna, ricordate la nonna (e qui i visi si distendono e si vede che il terreno è ritornato ben solido sotto i piedi), ah la nonna, che paura aveva degli zingari! ricordate quella volta che le stavano portando via quei pochi spiccioli che aveva in tasca e per fortuna che arrivò il nonno…

Mi chiedo in quale momento quella tranquilla famiglia di lavoratori emiliani – brave persone, quasi tutte di sinistra, o al più un po’ democristiane, come la zia là in fondo, tutta casa e chiesa ma che poi ha votato a favore del divorzio, e per un po’ fu trattata da eroina; mi chiedo in quale momento sia diventata così… oddio, come si può dire? Così….fascista? No, non esageriamo, mi sgrido dentro di me….Ma insomma, quale paura, quale profondo pregiudizio mai divelto ma sempre tenuto sopito, quali arcaiche angosce sono state, da cosa e perché, resuscitate? La paura di perdere il benessere duramente conquistato col lavoro, la globalizzazione, l’allentamento delle relazioni sociali e familiari, tutte cose vere, bastano a spiegare questo disperato (e inutile) rinchiudersi di fronte all’altro? Bastano a spiegare che si sia dimenticato tutto quello che, teoricamente, sembrava acquisito: l’uguaglianza di ogni uomo, di fronte alla storia o di fronte a Dio, cosa che metteva d’accordo - in una prefigurazione del partito democratico – i comunisti e i democristiani della famiglia?

La ragione e le ragioni che potrei portare, che sono tentata di portare, mi sembrano un fragilissimo castello elfico, del tutto inadatto a sopportare l’urto del pregiudizio lasciato finalmente scorrere, liberato dal tabù e diventato cultura comune, diffusa e dominante.

Così non parlo, finisco i tortellini, e aspetto che passi.




20 maggio 2008

Abbiamo scherzato!

Abbiamo scherzato! L’autosufficienza, partito a vocazione maggioritaria, bipartitismo, sono state una ubriacutura momentanea. D’Alema ha definito “l’autosufficienza una cosa da cretini” ed ecco che dopo appena una settimana arriva la “svolta”. Abbiamo scherzato, è necessario un dialogo con la sinistra per “costruire un nuovo centro sinistra”. “Non l’autosufficienza, non il bipartitismo, nensì un nuovo bipolarismo fatto di alleanze programmatiche”.
Chi ha creduto che il PD fosse la rigenerazione della politica italiana, chi ha creduto che il PD potesse superare le identità del ‘900, che potesse essere quella forza riformista e di governo che si candida sulla base di una propria idea di paese, è servito.
Ancora una volta gli elettori, gli iscritti sono spettatori paganti dello spettacolo della politica. Uno spettacolo in cui i protagonisti sono solo due: D’Alema e Veltroni. D’accordo loro, d’accordo tutti.
Saranno tanti quelli che si terranno alla larga da questo circo


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17 maggio 2008

Comici, spaventati, guerrieri...



Un paese in grave difficoltà, con un debito pubblico a stento sotto controllo, crescita quasi a zero, almeno tre regioni in mano alla criminalità e una di queste sopraffatta dall'immondizia, incapace di ammodernare le proprie steutture e i proprio uomini, ha finalmente individuato il suo nemico: i Rom... e contro questi si è scagliato senza pietà.
Vorrei dire che nessuno di noi può tirarsi fuori dalla responsabilità di questo sfascio.
Non certo la destra, che ha sollecitato, accarezzato, titillato il razzismo fino a farlo esplodere: non c'è bisogno di sottolinearlo.
Ma nemmeno la sinistra che non ha preso i necessari provvedimenti in tempo, perché non è riuscita ad elaborare in tempo una cultura in materia.
Per "elaborare una cultura" intendo non cessare mai di analizzare il proprio tempo, capire come cambia la società, dare risposta alle domande sempre in evoluzione di questa società in cambiamento prima che queste vengano poste (perché quando vengono poste di solito pretendono, come oggi, risposte irrazionali e di destra).
La sinistra ha smesso da tempo di essere in sintonia con la società, e ha rinunciato a guidarla (non basta essere politicamente al governo per guidare culturalmente la società) e anche questi sono i risultati.
Oggi oscilla colpevolmente da interpretazioni di stampo antropologico, che forse spiegano, ma non risolvono, alla rincorsa della destra, emettendo provvedimenti parziali, inefficaci e inutili (come quelli contro i lavavetri o contro le prostitute).
In realtà la sinistra non sa cosa dire perchè non ha elaborato una cultura veramente riformista, che assuma come principio l'accoglienza, promuova l'integrazione e persegua l'illegalità.

Per cui si può stare dentro il PD e rapportarsi al problema in molti modi diversi, che vanno da un relativismo antropologico che tutto giustifica alla difesa del primato della "nostra" cultura, magari mascherato sotto la difesa delle "nostre" conquiste sociali e civili.

A questi vorrei dire che dobbiamo accettare il fatto che la nostra cultura cambi al contatto con le altre, come è sempre successo nel corso di secoli e secoli di migrazioni dei popoli (per cui dovremo accettare di vedere minareti accanti ai campanili, per esempio), che cambierà perfino il colore della nostra pelle, mescolandoci progressivamente con gli altri. Non ci possiamo fare proprio niente, non ha senso opporsi. Il problema è governare il presente, e fare in modo che i cambiamenti, che avverranno comunque, avvengano con meno sofferenze e spargimento di sangue possibile.

Ai primi invece vorrei dire che, appunto, le culture devono cambiare per mantenersi vive, altrimenti diventano sacche di emarginazione e sottosviluppo, come di fatto è diventata la cultura Rom, e infine si estinguono. 

Flores d'Arcais scrisse circa un anno fa su Liberazione
La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle culture. Il voto per "testa" non per "ordine". Né per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciò che sarebbe attuale), una "cultura" può essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono [...]” Anche “ […] quel cittadino in formazione che è il minorenne ha diritto alle sue future libertà e all'educazione critica che le rende possibili, e dunque deve essere difeso dalla Repubblica anche rispetto a pretese illiberali della famiglia e relativa "cultura".

Io sono del tutto d'accordo. I bambini hanno il diritto di andare a scuola, non di andare a chiedere l'elemosina e la società deve vigilare su questo. E' un problema, prima che di integrazione, di uguaglianza di opportunità che la dobbiamo garantire a tutti, indipendentemente dalla cultura originaria cui appartengono.




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permalink | inviato da Rowena il 17/5/2008 alle 0:0 | Versione per la stampa



12 maggio 2008

Requiem per i nudi fatti

 



Le reazioni suscitate dalla presenza di Travaglio a “Che tempo che fa” mi fanno pensare che ormai nel nostro paese, complice certamente il berlusconismo, ma anche decenni e decenni di colpevoli lottizzazioni della RAI anche da parte della sinistra, non si percepisce più la differenza fra informazione e propaganda.

Un giornalista, intervistato in televisione, parla di un suo libro nel quale sono contenute alcune informazioni su un importante politico. Queste informazioni possono essere vere o false. In un ipotetico paese normale, l’importante politico, se ritenesse false tali informazioni reagirebbe con una denuncia per calunnia, per dimostrare senza ombra di dubbio la loro falsità e contemporaneamente l’indegnità del giornalista. E il giornalista che fosse riconosciuto calunniatore ne avrebbe la carriera stroncata dagli editori e dai lettori stessi che ne decreterebbero la non credibilità. In caso contrario, se l’importante politico sapesse che le informazioni divulgate sono vere, vedendosi scoperto, si dimetterebbe. Oltre che i tribunali, altri giornalisti si impegnerebbero a scavare in profondità per appurare come stanno le cose. Sempre in quell’ipotetico paese normale, questa sarebbe la funzione della stampa, informare e controllare le informazioni. Sicuramente nessuno pretenderebbe dal conduttore della trasmissione televisiva di chiedere scusa non per le sue domande, ma per le risposte che ha ricevuto; e nessun conduttore televisivo accetterebbe di farlo.

Ma poiché non siamo in quell’ipotetico paese, nessuno parla delle informazioni contenute nel libro del giornalista e divulgate in tv, perché non le si considera informazioni, ma semplice propaganda. La trasmissione stessa diventa un mezzo scorretto di propaganda, e il conduttore un complice della propaganda sparsa dal giornalista. Per questo si chiede a gran voce il contraddittorio: perché alla propaganda di parte si deve rispondere con propaganda di parte opposta, per ristabilire la cosiddetta “par condicio”. Le informazioni non richiedono contraddittorio, richiedono un esame di rispondenza al vero. Ora, per quel che ne so, Travaglio non ha mai fatto affermazioni che non fossero ampiamente suffragate dai fatti, ma questo caso potrebbe essere diverso. Certo non è con un contraddittorio che si stabilisce la verità. Per esempio, un contraddittorio è richiesto nei confronti politici, dove si parla di opinioni o di ipotesi per il futuro: infatti si fanno (sempre in quell’ipotetico paese normale, perché da noi invece no) in campagna elettorale, e si chiama, appunto, “propaganda elettorale”….

Ma siccome da molto tempo ogni informazione viene nebulizzata in un indistinta propaganda e la propaganda viene confusa con l’informazione, l’eminente politico che chiede una pubblica sconfessione del giornalista, non suscita più alcuno scandalo; al contrario incassa la solidarietà di tutta la sua casta e, quel che è peggio, quella di molti cittadini anche di sinistra, che confondono il politicamente corretto con la rinuncia alla ricerca della verità.

Così come non suscita scandalo un giornalista che dice palesemente il falso (ricordate Deaglio e il caso dei falsi brogli? Per quel che mi risulta continua felicemente a fare il giornalista), e un conduttore che si scusa per fare il conduttore.
E così per ritrovare i fatti, i nudi e crudi fatti, bisognerà prima o poi rivolgersi a “Chi l’ha visto”.


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10 maggio 2008

Strategie

Perdere le elezioni non è un dramma. I laburisti inglesi hanno perso le elezioni, i socialdemocratici tedeschi le hanno perse, e i democratici americani; le perderanno prima o poi i socialisti spagnoli, con o senza Zapatero.

Ma, a differenza del centrosinistra italiano, questi partiti hanno perso (o perderanno) le elezioni dopo aver cambiato il loro paese; le hanno perse o le perderanno – al di là di somiglianze e differenze - perché tutti i progetti politici, prima o poi, esauriscono la loro carica innovativa, perché muta la società o la situazione internazionale, e perché, dopotutto, l’alternanza è nelle cose e nei desideri dell’elettorato.

Il centrosinistra italiano, l’Unione, invece è stato sconfitto senza aver cambiato di una virgola l’Italia, senza aver messo mano a nessuno dei problemi che la stringono; e qualcuno si alzerà subito a dire che non ce n’è stato il tempo…. Ebbene, perché non ce n’è stato il tempo?

L’Unione non poteva cambiare il paese, perché per farlo occorreva un progetto politico fortemente riformista; l’Unione non aveva un progetto politico, ma solo tanti pezzettini di progetti politici differenti (a volte decisamente contrastanti) cuciti l’uno all’altro, come in un vestito di Arlecchino. L’Unione era stata pensata per battere Berlusconi e vincere le elezioni, e questo l’ha fatto, sia pure a stentatamente; era stata pensata per garantire ad ognuno degli strateghi che l’avevano messa insieme il loro pezzettino di potere, il loro pezzettino di visibilità: e questo scopo, finché è durata, l’ha raggiunto. Ma poi, non avendo il respiro di un vero progetto riformista e quindi non potendo metter mano all’Italia – poiché non era stata pensata per questo – non ha potuto reggere, ed è crollata sotto il suo stesso peso.

Per questo la sconfitta di oggi non lascia intuire un normale esercizio dell’alternanza come quella del Labour – o come quella, quando sarà, del PSOE – ma ha la caratteristica di un crollo.

Difficilmente, senza un’idea di cambiamento del paese e senza un progetto politico che possa metterlo in atto e senza uomini che questo progetto incarnino, si può immaginare una rivincita in tempi non giurassici (diciamo dieci anni… 5 per mettere a punto il progetto e trovare gli uomini giusti che lo facciano camminare, altri 5 per convincerne gli elettori?).

Per questo quando sento sottili strateghi rilanciare l’idea di una politica delle alleanze – dal centro all’estrema sinistra – e proporsi di vincere con questa le prossime elezioni europee, mi vengono i brividi. E mi chiedo in quale altro paese del mondo sia possibile dare credito ad un così sottile stratega che, per vincere le elezioni, rimette in campo la stessa cosa che ha portato, incontrovertibilmente, alla sconfitta.




7 maggio 2008

Cristiana Alicata scrive al Sindaco Alemanno

 

Questa lettera è stata pubblicata da molti siti. E' anche sull'home page di Repubblica.it. Quindi non pubblico niente di nuovo.
Tuttavia è talmente bella che ho voluto metterla anche su questo blog. Soprattutto perché credo che abbia una valenza generale, e che tutti i cittadini - gay o etero non importa - se ne possano sentire rappresentati.
Io, per lo meno, mi sento rappresentata dalle parole di Cristiana.
 


Caro sindaco Alemanno,

Leggo le sue dichiarazioni sul Gay Pride, secondo cui esso sarebbe “una manifestazione di esibizionismo sessuale”, anche un po’ aggressivo e decido di scriverle per farle notare alcune cose.



Già nel GayPride Nazionale di Roma dell’anno scorso, visto il momento difficile per la comunità gay (legge sui Dico affossata in parlamento), la quasi totalità dei transessuali, decise spontaneamente di sfilare più coperta del solito. Giornali e televisioni, non contenti delle immagini di quel giorno dovettero rivangare vecchie immagini di repertorio per poter dare la loro deviata e pruriginosa informazione sul Pride. Perché, invece di “leggere” il Pride sui giornali, non viene davvero a vederlo, come le ha chiesto Imma Battaglia? Troverà centinaia di migliaia di cittadini e cittadine romani, che sfilano con i vestiti di tutti giorni. Perché, come uomo delle istituzioni, non chiede alla stampa e alle televisioni, di non mostrare immagini eccessive che sono oltretutto minoritarie? Non lo dico certo per perbenismo, ma perché anche a me sembra ogni volta una strumentalizzazione, dare del Gay Pride una sola immagine. In questi giorni Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay Nazionale, ha chiesto alla comunità GLBT di sfilare al prossimo pride bolognese con il vestito del proprio mestiere.

Le faccio notare, inoltre, che le strade di Roma, ogni notte, sono teatro di esibizionismo sessuale ben peggiore, da parte di centinaia di migliaia di uomini, che mette a rischio anche la sicurezza stradale. Pensi alla Salaria, un autentico bordello a cielo aperto, dove trovano sfogo davvero troppi bravi padri di famiglia, oltre tutto con ragazzine nemmeno maggiorenni. Mi auguro che come sindaco la sua priorità sia difendere quelle donne dallo sfruttamento punendo chi crea pericolo alla cittadinanza.



Di recente ho difeso la croce celtica che porta al collo. Per qualcuno è un simbolo di morte perché viene equiparata alla svastica. Lei ha spiegato perché la porta al collo, per ragioni affettive, ed io credo che all’oggettività dei simboli, dobbiamo pur aggiungere l’umanità che essi posseggono e il valore soggettivo che gli si conferisce. Non metterei mai bocca sulla sacralità dell’amicizia. Credo, semplicemente, nelle parole che dice.

Provi ora a fare lo stesso esercizio per il Gay Pride, manifestazione che ricorda il giorno in cui un gruppo di trans, a New York, si ribellò alle botte e agli stupri quotidiani dei poliziotti. Esso per la comunità gay ha un valore simbolico. Il colore, le piume, la musica, ove ci sono, sono simboli di gratitudine verso chi, per primo, si è ribellato.

Caro Alemanno, oggi lei è anche il mio sindaco ed io, pur militando nel PD, faccio parte di quei 70.000 che si sono rifiutati di votare Rutelli. Le cose che lei dice sul Gay Pride, sono le stesse che pensano molti miei compagni di partito, quindi non ne faccio affatto un momento di scontro politico, ma la richiesta di una semplice cittadina al suo sindaco. Che sia il sindaco di tutti: venga a vedere che cosa è il gay pride. Si stupirà di venire accolto con gioia, tanto siamo abituati ad essere rifiutati, persino da chi dovrebbe essere dalla nostra parte. Faccia questa cosa rivoluzionaria, creda nelle mie parole come io credo nelle parole dei ragazzi di Colle Oppio quando dicono di non essere più fascisti. Anche questo è un passaggio di riconciliazione nazionale. Pensi ai tanti sindaci di destra delle capitali occidentali che sfilano al Gay Pride.


E superi anche lei il pensiero che l’omosessualità distrugge la famiglia. Noi facciamo parte della famiglie eterosessuali e combattiamo per vedere riconosciute le nostre, a volte i migliori interpreti di questo valore, per la forza con cui lo desideriamo.

 



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3 maggio 2008

Basta che non lo sappiano i vicini....


 
Se c'è una cosa che racconta bene l'Italia (com'è, com'è diventata, o forse com'è sempre stata?) è la faccenda della pubblicazione su Internet dei redditi degli italiani.

Ora, il reddito non è un dato sensibile; questo significa che non è soggetto alla legge sulla privacy e che può essere reso pubblico.
Inoltre, tutti i giornali hanno pubblicato ogni anno le classifiche dei cittadini più abbienti, i redditi dei politici, dei presentatori piuttosto che degli attori o degli stilisti... tutti dati presi da quelli resi pubblici dall'Agenzia delle Entrate.
In terzo luogo, chiunque di noi può presentarsi all'Agenzia delle Entrate del proprio Comune e chiedere questi dati.

Dunque, il problema non dovrebbe sussistere, ma.... ma questa volta i dati non sono stati pubblicati sui giornali, ma su Internet.

Se ne possono trarre alcune conclusioni:
1) i dati sono pubblici, ma non si devono vedere. Come le prostitute, che nessuno vuole davvero che smettano di esercitare (e come farebbero poi i clienti?), purché non si vedano sulle pubbliche strade;
2) i dati sono pubblici, ma, per essere conosciuti, devono avere l'intermediazione dei giornalisti. Se ne conclude che i cittadini normali non sono ritenuti sufficientemente adulti e maturi per leggerli da soli;
3) i dati sono pubblici, ma è meglio che siano resi noti solo i nomi dei ricchi. Leggere sui giornali della sbalorditiva ricchezza di Berlusconi o di Beppe Grillo o di Gianni Versace, può suscitare sentimenti diversi, dall'invidia all'ammirazione... ma leggere che il gioielliere dichiara 10.000 euro all'anno, e il verduraio ne dichiara 8.000, può innescare richieste diverse di equità e di pari trattamento per tutti i cittadini.

L'ipocrisia di tutto questo ha toccato vertici di vera arte; vi si rivela tutta la provincia italiana,  subalterna e bigotta, quella che si fa ma non si dice, quella che i panni sporchi si lavano i casa, quella che basta che non lo sappiano i vicini... E infatti lo scandalo l'ha creato Internet, elemento del tutto alieno in questa provincia, che come Boccadirosa arriva  portare lo scompiglio, poi ci penseranno i carabinieri a rimettere le cose in ordine... Infatti il Codacons ha denunciato Visco, invece di denunciare il gioielliere che dichiara 10.000 euro l'anno... 


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1 maggio 2008

Cercasi leader, disperatamente


In questi tempi di sconfitta, si sente eccheggiare da ogni angolo il grido "fatevi da parte" lanciato ai vecchi dirigenti del PD.
La critica alla classe dirigente è diventata quasi un luogo comune, tanto più fastidioso  quanto più tardi arriva.
Solo sei mesi fa, quandi analizzavamo da
questo blog con rigore e severità le modalità con cui stava nascendo il PD non trovavamo molti consensi, ed eravamo "velleitari e poco realisti" quando ci auguravamo che la classe dirigente attuale lasciasse il posto a personale politico più giovane e meno carico di errori.
Oggi questa richiesta è sulle tastiere di gran parte della blogosfera. E allora è ora di andare avanti, poiché non basta chiedere il ricambio, bisogna prenderselo.

Francesco Costa nel suo
blog scrive un post che condivido totalmente e che sembra una indiretta risposta al mio "Che fine ha fatto Scalfarotto"; mi assicura, cioè, Francesco, che una classe dirigente, nuova e credibile, è già in campo: "Gianni Cuperlo, Federica Mogherini, Enrico Letta, Marta Meo, Ivan Scalfarotto, Alessia Mosca, Marco Simoni, Simona Milio, Stefano Ceccanti, Maurizio Martina, Giuseppe Civati, Matteo Renzi, Roberto Morassut...e potremmo continuare ancora. Non abbiamo bisogno di star qui a elencare all’attuale classe dirigente del Pd tutti i vantaggi del saltare una generazione e mettere il partito nelle mani di questi e altri ragazzi. Lo sanno bene: è quello che fece Berlinguer negli anni Settanta con molti di loro.".

E allora, se questa classe dirigente nuova c'è, adesso abbiamo bisogno di leader. Non di "un" leader, badate bene, ma di molti leader diffusi: che non si limitino ad aspettare che gli anziani si facciano da parte e mettano loro in mano il partito, come sembra augurarsi Francesco (non sembra nemmeno che ci sia un Berlinguer da queste parti, fra l'altro), ma che inizino da subito ad essere tali. Con atti politici, documenti e prese di posizione pubbliche, da diffondere sul web e sui giornali: su suscitare un dibattito, prima che questo venga costretto nei binari dell'ortodossia piddina, e su cui aggregare consensi.
Io mi auguro che ciascuno di quelli citati da Francesco e molti altri che, sono certa, si annidano in tutte le pieghe del PD, e magari anche fuori, si faccia riconoscere, si faccia leader e si candidi a prendere in mano il partito. Le occasioni non macheranno, dall'Assemblea Costituente al congresso; ma bisogna essere pronti, ad iniziare da adesso. Noi siamo pronti a seguire e sostenere ciascuno di loro, se sapranno fare una battaglia politica dura e trasparente come un cristallo. La sconfitta potrebbe rivelarsi, in questo modo, un passaggio entusiasmante.

In assenza, non ci resterà altro che passare i prossimi mesi ad assistere ad un'altra puntata dell'eterno duello Veltroni-D'Alema: cow boy invecchaiti ed imbolsiti, che recitano un soggetto già visto, sparando cartucce a salve e schizzando in giro succo di pomodoro. Quanto di meno appassionante ci sia sugli schermi.... 




26 aprile 2008

Un paese normale...


 

Se Bossi, che è un politico, annuncia che tirerà fuori i fucili per una qualsiasi ragione, tutti i giornali sorridono condiscendenti alla nuova smargiassata, e passano oltre.

Se Beppe Grillo, che è un comico, manda affanculo politici e giornalisti, tutti i giornali gridano al rischio per la democrazia.


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